La "Devotio" fregellana

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La maledizione della memoria, ieri come oggi, comporta spesso atti distruttivi su città, su monumenti e su popolazioni. Fregellae fu fondata su princìpi di ordine strategico territoriale e distrutta per gli stessi motivi, e siccome nella storia c'è sempre lo zampino della religione, ieri come oggi, la colonia latina dovette subire anche la "devotio", per evitare un sacrilegio si diceva, insomma per non "infastidire" gli dei, i quali consideravano nefasto perfino l'atto di fare prigionieri.
I romani pensavano di eliminare anche il nome, dopo aver imposto il divieto, poi non rispettato, di camminare sui detriti della città rasa al suolo. Ma la memoria resiste, nonostante tutto, e così anche il nome rivisse in Fregellanum, l'odierna Ceprano. Un po' più in qua, prima del fiume.

 

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Ci racconta gli eventi Arduino Maiuri, cepranese di nascita, professore presso il Liceo Ginnasio Tacito in Roma, in questi brani tratti da: Deductio-Deletio, Strategie territoriali di Roma repubblicana: il caso Fregellae.

Intanto -afferma il Maiuri- un punto di partenza sicuro è rappresentato dalla completa eliminazione del toponimo, una vera e propria "damnatio memoriae".
Il problema della "devotio" investe due ordini di ragionamento, il primo storico-religioso, il secondo più puramente giuridico, né ciò suona strano, dal momento che ambedue le realtà, com’è noto, si giovano di formulari altamente evocativi.
Intesa "lato sensu", infatti, la "devotio", come illustra il suo impianto etimologico, non è altro che un "votum", cioè un gesto estremo con cui il comandante delle milizie si immola, gettandosi armato tra le schiere nemiche e andando così incontro a morte sicura, pur di assicurare la vittoria ai suoi...pronunciando contestualmente una formula sacra che -prosegue il Maiuri citando avvenimenti- consisteva nell’invocare gli dei tutelari della patria perché concedessero la salvezza all’esercito romano ed insieme annientassero quello nemico, funestandolo «con il terrore, la paura e la morte».
Tuttavia, quella che qui più interessa è l’altra tipologia, che viene convenzionalmente denominata "devotio hostium", in cui l’oggetto del voto non è più costituito dal sacrificio del generale romano, ma dall’intero territorio nemico, con tutte le sue proprietà mobili ed immobili, compresa la popolazione civile e militare. Di conseguenza proprio in questo particolare risiede la sua differenza rispetto agli altri "vota", ossia nel fatto che l’oggetto del desiderio viene ad identificarsi con quello della "promissio": la rovina e la dissoluzione dei nemici e delle loro proprietà. Così configurata, in pratica, la "devotio hostium" si risolve in un rito di brutale mattanza della popolazione, preceduto dalla "evocatio" delle divinità nemiche, ossia dalla loro simbolica assunzione all’interno del pantheon romano, in modo da alienare alle popolazioni locali la loro protezione in cambio di un trattamento cultuale non meno onorifico da riceversi a Roma. Questo peculiare procedimento, secondo Servio, sarebbe stato dettato, essenzialmente, da ragioni sacrali, «propter vitanda sacrilegia», essendo «nefas deos [...] habere captivos»...come se il ricorso alle forze ultraterrene intervenisse a surrogare specifiche carenze del diritto civile in casi di particolare gravità e immoralità. Mi sembra -
spiega il Maiuri- che il denominatore comune tra tutte queste fattispecie si possa rinvenire nell’infrazione del vincolo etico dell’"obsequium" pubblico-collettivo tra Roma e le città sottoposte alla sua egida, esplicitamente comportato dal loro status di colonie (come per Fregellae).
L’invocazione agli dei Inferi serviva a garantire il loro appoggio alla causa romana, un ausilio soprannaturale in grado di legittimare pienamente il ricorso alla forza contro l’avversario che avesse osato travalicare il proprio limite naturale.

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Ma cosa è possibile ricavare di nuovo sulle concrete modalità esecutive del rituale della "devotio" in base ai recenti scavi condotti sul territorio di Fregellae?

Su questo punto -prosegue Maiuri- trovo molto istruttivi i rilievi di Coarelli, che in base allo stato del sito dichiara di poter confermare la «radicalità della distruzione e l’immediato e definitivo abbandono della città» di cui parlano le fonti letterarie.
Lo studioso giustamente adduce come prova di questo scempio, che dové investire con cura metodica sia gli edifici pubblici che quelli privati, il fatto che una villa di età imperiale, le cui tombe si sono innestate sui pavimenti delle "domus" distrutte, abbia certamente adibito a scopi agricoli una porzione anche piuttosto centrale di quella che in epoca repubblicana era stata l’area urbana della colonia.
Ma l’elemento più sorprendente -
riferisce il Maiuri- è che sui resti della Curia, la quale verosimilmente fu abbattuta subito dopo la conquista della città, è stato rinvenuto un denso strato di terriccio nero, molto ricco di ceneri e delle tracce di quello che può probabilmente identificarsi in un imponente sacrificio rituale: ossa animali e numerosi ed abbondanti frammenti fittili, appartenenti esclusivamente a due tipi di ceramica, cioè olle comuni e tazze a vernice nera. Inoltre, sempre all’interno di questo terriccio nero sono visibili le fondazioni in tufo di quattro imponenti piloni in opera quadrata, che ripercorrevano consapevolmente la struttura della Curia, come per sovrapporsi ad essa in via esemplarmente sostitutiva. Il grosso tetrastylum, certamente eretto in un punto politicamente così rappresentativo proprio per commemorare la conquista e la distruzione della città, potrebbe essere connesso con le operazioni relative alla "devotio" della città, tra le quali si potrà includere anche il sacrificio solenne. Coarelli vi riconosce «un monumento onorario di Opimio, realizzato nella forma di uno Ianus, che doveva essere già diffusa a Roma fin dai decenni iniziali del II secolo a.C.».
L’opera, che per il suo esplicito carattere sanzionatorio non dové riscuotere un particolare gradimento da parte dei residenti, sopravvisse poco, anzi forse fu già abbattuta durante gli scontri del "bellum" sociale, che videro interessata anche la zona della valle del Liri.

a.c.

Riferimenti:
-Deductio-Deletio, Strategie territoriali di Roma repubblicana: il caso Fregellae di Arduino Maiuri (2009)
-Nelle foto il Parco Archeologico di Fregellae

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The Fragellae "Devotio"

During the flow of History and in the present, the cursing of memory often involves the act of destruction upon cities, monuments and populations. Fregellae was founded under principles of a strategic territorial order and destroyed for the same reasons, because through, history, religion has always done its part, the Latin colony had to struggle with the "devotio", to avoid a sacrilege, so not to "annoy" the gods, who considered “nefarious “the act of making prisoners.

The Romans had also considered eliminating the name of the colony, after restricted orders to walk on the debris of the razed city but it was not fulfilled. But despite all, memory resists, as also the name which was changed to Fregellanum, today's Ceprano. Found a little further from the Latin colony, before the river.

Arduino Maiuri, professor of the Liceo Ginnasio Tacito in Rome and born in Ceprano, tells us the events using these excerpts taken from the Deductio-Deletio Territorial strategies of the republican Rome: The Fregellae case. 

Meanwhile - says Maiuri – A sure starting point is represented by the complete elimination of the toponym, a true "damnatio memoriae".

The problem of the "devotio" involves two kinds of logical reasoning, the first one is historical-religious, and the second one is purely juridical, but this doesn’t sound strange, since both realities, as it is known, benefit from highly evocative forms.

Understood as "lato sensu", (“In the broad sense.”), the "devotio", like its etymological structure illustrates, is nothing more than a "votum", that is an extreme gesture in which the commander of the militias immolates himself by throwing himself armed amongst the enemy ranks and encountering a sure death, in so doing it ensured victory for his men ... at the same time he pronounced a sacred formula, continues Maiuri recalling events – which consisted in invoking the gods of protection so that they would grant salvation to the Roman army and at the same time annihilate the enemy, "with terror, fear and death".

However, what is most interesting is the other typology, which is conventionally called "devotio hostium", in which the vote is no longer constituted by the sacrifice of the Roman general, but also their people, cities and land, including the army and the people. It is in this detail that makes it different from the other "vota", the fact that the object of desire is identified with that of the "promissio", the downfall and dissolution of the enemies and their properties. Considering the light of these events, the "devotio hostium" was a rite of the brutal slaughter of the population, preceded by the "evocatio" of the enemy deities, in which their symbolic acceptance within the Roman pantheon, was to assure protection to the local population and in return receive an honorific religious treatment. This peculiar procedure, according to Servius, was essentially dictated by sacral reasons, "propter vitanda sacrilegia" (To avoid committing sacrilege), being "nefas deos [...] habere captivos" ... as if requesting to otherworldly forces there would be an intervention to replace specific deficiencies in the civil law in particularly serious and immoral cases. It seems to me - explains Maiuri - that the common denominator between all these cases can be found in the infringement of the ethical bond of the whole population "obsequium" between Rome and the cities subjected to its aegis, explicitly the ones linked to their status such as the colonies (like Fregellae).

Invoking the gods of the Underworld served to guarantee their support for the Roman cause, a supernatural aid capable of fully legitimizing the use of force against an adversary who dared to go beyond his natural limit.

But what can be learned about the actual executive methods of the "devotio" ritual based on the recent excavations carried out in Fregellae?

I find - continues Maiuri - Coarelli's surveys very informative, by which according to the conditions of the site he claims to be able to confirm the "radical nature of the destruction and the immediate and definitive abandonment of the city" that is found in literary sources.

The researcher correctly cites proof of this massacre, which examined both public and private buildings with methodical care, the fact that an imperial villa, whose tombs are grafted onto the floors of the destroyed "domus", and then changed into agricultural purposes which were then a central portion of what in the Republican era had been the urban area of ​​the colony.

But the most surprising element - says Maiuri - is that on what remains of the Curia, which was probably demolished immediately after the conquest of the city, a dense layer of black soil was found, abundant with ashes and traces of what can probably be identified as an imposing ritual sacrifice: animal bones and numerous and abundant clay fragments, belonging exclusively to two types of ceramics, common jars and black-painted cups. Also, within this black soil, the tuff foundations of four massive pillars in square work are visible, which traced the structure of the Curia, as if it overlapped in such an exemplary alternative way. The large tetrastylum, certainly erected in such a political point to commemorate the conquest and destruction of the city, could be connected to the “devotio" act of the city, among which the solemn sacrifice can also be included. Coarelli recognizes it as "an honorary monument of Opimius, modelled in the shape of an Ianus, which in Rome was probably known at the time since the initial decades of the second century BC".

The work did not last long considering its explicit nature and was barely approved by the residents, it was probably demolished during the riots of the social "bellum", which included the area of ​​the Liri valley.

(traduzione di Maria Grazia Nalli)

Ultima modifica:

22/12/2020

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